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Perché il Giappone non è pronto per una guerra a Taiwan

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Perché il Giappone non è pronto per una guerra a Taiwan


A Taiwan si scruta l’orizzonte in direzione del minaccioso vicino e ci si chiede quando la Cina deciderà di mettere in pratica quanto le sue dichiarazioni e provocazioni lasciano intendere come imminente. Secondo molte previsioni, l’invasione cinese dell’isola di Formosa dovrebbe essere attuata entro la fine del decennio e gli americani sono impegnati a rassicurare Taipei in merito al proprio sostegno quando – ormai sembra non essere più una questione di se – cominceranno le ostilità. Gli Stati Uniti si domandano però se in quell’ora buia potranno contare sul loro più importante alleato nell’Oceano Pacifico, il Giappone. 

Il Paese asiatico è collocato, nel punto più vicino, a circa 150 chilometri da Taiwan e ospita 54mila soldati americani, una buona parte dei quali concentrati ad Okinawa, e, in caso di conflitto, la prima risposta degli Usa arriverebbe proprio dalle sue basi in Giappone. Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, Washington e Tokyo starebbero già lavorando da circa un anno ad un piano in caso di guerra con la Cina ma questi incontri non hanno ancora chiarito se i giapponesi sarebbero pronti a supportare effettivamente gli americani. In teoria, in base ad un accordo firmato negli anni Sessanta gli Stati Uniti dovrebbero chiedere l’autorizzazione all’alleato prima di mobilitare i suoi militari ma se ricevere il via libera del governo giapponese non dovrebbe essere un problema ben più arduo potrebbe essere ottenere l’intervento diretto e attivo delle forze armate nipponiche. Gli americani avrebbero cercato infatti di affidare loro il compito, sin qui senza successo secondo quanto rivelato dal quotidiano, di dare la caccia ai sottomarini cinesi attorno a Taiwan. 





Il passato è ancora pesante per Tokyo. La Costituzione, scritta dagli americani dopo la Seconda guerra mondiale stabilisce la rinuncia all’uso della forza per la risoluzione delle controversie ma nel 2015 l’allora primo ministro Shinzo Abe è riuscito a far approvare una legge che stabilisce che Tokyo può rispondere militarmente se un alleato è sotto attacco e la sua sopravvivenza è a rischio. Secondo dei war games condotti dal Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington, il contributo nipponico e quello australiano sarebbero determinati per respingere i piani di invasione cinese di Taiwan. Anche la Corea del Sud è definita un alleato cruciale ma il Giappone, scrive il Csis nel suo report, “è l’architrave” della politica di sicurezza nel Pacifico. Le stesse simulazioni condotte dal think tank prevedono che l’esitazione di Tokyo verrebbe superata subito dopo l’attacco alle basi americane su territorio giapponese, con la conseguente perdita però di centinaia di aerei, in quella che viene definita una replica moderna di Pearl Harbor. La risposta giapponese contro le forze di Pechino a nord e ad est di Taiwan sarebbe a quel punto decisiva per bloccare l’invasione anfibia cinese. 

Non tutte le analisi sono però concordi nell’attribuire un’evoluzione di un possibile conflitto nella direzione appena descritta. Il Giappone sarebbe particolarmente preoccupato dalla possibilità di un’escalation della guerra che potrebbe portare la Cina ad incoraggiare la Russia e la Corea del Nord ad attaccare il Giappone o a ricorrere alle armi nucleari. Consapevole anche della generale contrarietà della popolazione al coinvolgimento in operazioni belliche, Satoru Mori, professore di politica alla Keio University, ha dichiarato al quotidiano finanziario che se venisse chiesto di rischiare la vita per difendere Taiwan “il 90% dei giapponesi, in questo momento, risponderebbe di no”. La linea del non intervento sposterebbe gli equilibri della guerra a favore della Cina e se gli Stati Uniti realizzassero di non poter contare sull’alleato potrebbero decidere di rinunciare del tutto alla difesa di Taipei. 

A far propendere però verso l’opzione interventista da parte di Tokyo è la considerazione che l’occupazione cinese di Taiwan permetterebbe a Pechino di stabilire nuove basi aeree vicino le isole Nansei e ad interferire nelle rotte commerciali verso l’Oceano Indiano, il Medio Oriente e l’Europa rappresentando così una minaccia alla sicurezza per il Giappone. Nel frattempo, il governo nipponico sta investendo massicciamente fondi nella difesa come confermato dal primo ministro Fumio Kishida che, in una recente visita ad Okinawa, ha dichiarato che “dobbiamo spendere di più in deterrenza e capacità di risposta per ridurre il rischio di essere attaccati”. Non è ancora la chiarezza che Washington attende per completare i piani in vista di un conflitto per Taiwan ma, in ogni caso, per Tokyo il tempo delle scelte è sempre più vicino.   

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