mercoledì, Luglio 17, 2024
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Scholz ha deciso di fare la pace con Putin. Parola di Erdogan. E pure Tokyo «rompe»


Un’impennata, poi la discesa. Il prezzo del gas nelle ultime due sedute di contrattazioni ha subito degli inusuali flip-flop, salvo chiudere la settimana a 114 euro MWh. Formalmente, inspiegabile. Non fosse altro perché, a livello comunitario, tutto appare fermo fino alla riunione ad hoc sull’energia di fine mese. Che accade?

Semplice, la Germania pare aver messo la freccia e anticipato il disimpegno Usa dall’Ucraina atteso da tutti dopo il voto di midterm. Piccoli segnali. Ma chiarissimi, Ad esempio, il tempismo con cui NBC News ha scoperto la sfuriata di Joe Biden nel corso di una telefonata con Volodymit Zelensky, definito ingrato per le sue continue richieste. Battibecco dello scorso giugno. Ma divenuto di pubblico dominio a una settimana dall’apertura dei seggi. Casualità, ovviamente. Gli Usa hanno già un altro obiettivo, l’Iran. E l’offensiva sul fronte dei diritti civili che pare mediatizzata con maggiore vitalità dopo una decina di giorni di sparizione dai radar, ora potrebbe divenire materia di impegno H24 dopo il ritorno al potere di Bibi Nethanyahu in Israele.

Comunque sia, Olaf Scholz ha fiutato l’aria. E nel corso del suo controverso viaggio-lampo in Cina ha onorato le sue due priorità. Evitare incidenti diplomatici su Taiwan, dando vita a una performance diplomatica da consumato trapezista. E rendere ben nota a tutti la sua richiesta primaria e ufficiale a Xi Jinping: farsi portavoce con Vladimir Putin della necessità di giungere a un accordo che scongiuri un’escalation. Insomma, Berlino chiede la mediazione della moral suasion cinese. E nessuna cancelleria europea pare contraria.

Ma prima di imbarcarsi in direzione Cina, il cancelliere tedesco avrebbe detto altro. Pur questa volta facendo in modo di rendere l’argomento di conversazione in meno pubblico possibile. Missione compiuta. Poiché i contenuti della sua discussione con il presidente turco, Recep Erdogan, sono stati riportati unicamente dal canale turco A Haber e – non a caso – dall’agenzia russa Tass.

A detta del Sultano, la diplomazia dei leader è cruciale per risolvere i problemi. Lo stesso cancelliere tedesco solo un mese fa aveva una posizione completamente differente su Vladimir Putin ma ora l’ha cambiata e ora sta difendendo la necessità di ricerca di un linguaggio comune con la Russia. Tradotto, Berlino starebbe silenziosamente trattando sottobanco un riavvicinamento graduale a Mosca. Questo mentre l’Europa ribadisce ufficialmente il suo sostegno all’Ucraina e minaccia nuove sanzioni.

Ma il 5 dicembre di avvicina. E con quella data, l’embargo ufficiale sul petrolio russo,. Lo stesso che, Wall Street Journal alla mano, continua tranquillamente a circolare in tutta Europa, utilizzando come loophole – scorciatoia – la raffineria Lukoil di Priolo, in Sicilia. Da dove esce con una tanto formale quanto ipocrita etichetta italiana che gli consente addirittura di prendere il largo verso gli Usa sotto forma di carburante, al fine di evitare aumenti alla pompa che danneggino troppo la Casa Bianca al voto di martedì prossimo. Ma con la situazione economica interna in Germania a questo punto,

il cancelliere deve aver deciso che il tempo dell’ipocrisia e del buon viso a cattivo gioco era finito. Perché dopo essere stato costretto a nazionalizzare la principale utility e aver messo in preventivo fino a 60 miliardi per la sua ricapitalizzazione potenziale, l’idea di arrivare alle requisizioni e agli espropri di terreni per costruire in fretta e furia rigassificatori deve aver spinto una parte del governo tedesco a più miti consiglio in vista del vero banco di prova. Ovvero, la recessione del 2023.

Il tutto, poi, alla luce di un riposizionamento pressoché generale. Come mostra questa notizia,

qualcosa pare essersi rotto nel fronte globale anti-russo e non solo in quello europeo. Il 1 novembre, infatti, il governo giapponese ha comunicato la sua volontà di restare coinvolto nel progetto energetico Sakhalin 1, nonostante l’abbandono da parte di Exxon Mobile. Insomma, nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca, gas e petrolio offshore che giungono dall’ex colonia penale sono ritenuti da Tokyo una fonte stabile e affidabile di energia. Un bene che in questo momento e per parecchi anni a venire non può essere vincolato a logiche politiche ad alto tasso di ipocrisia.


Mappa del progetto energetico offshore Sakhalin 1

Mappa del progetto energetico offshore Sakhalin 1
Fonte: Nippon.com


Mappa del progetto energetico offshore Sakhalin 1

Mappa del progetto energetico offshore Sakhalin 1
Fonte: Nippon.com

Insomma, due pesi massimi dell’economia e della diplomazia mondiale come Germania e Giappone paiono aver deciso per uno sganciamento dal fronte dei falchi anti-russi. E la mossa di Tokyo appare particolarmente interessante per due ragioni. Primo, la rapidità con cui il ministero di Economia, Commercio e Industria ha rotto gli indugi, nonostante la contrarietà degli altri membri del G7. Solo lo scorso 7 ottobre, infatti, Vladimir Putin aveva firmato il decreto con cui veniva trasferito il controllo del progetto Sakhalin 1 a una nuova società, la cui registrazione ufficiale avvenne il 14 dello scorso mese.

A far data da quel giorno, i partner stranieri avevano un mese per decidere se restare o uscire dal consorzio: Exxon ha fatto le valige, mentre le nipponiche Sakhalin Oil and Gas Development (controllante del 30% dell’attuale operatore), Itochu, Japan Petroleum Exploration e Marubeni hanno optato per restare a bordo. E il secondo motivo sta tutto in questa analisi rilanciata con enfasi da Bloomberg alla vigilia del viaggio di Olaf Scholz in Cina:

se per ora Australia e Regno Unito sembrano alleati su cui contare nell’ipotesi estrema di confronto con Pechino innescato da un’invasione di Taiwan, alla non allineata India ora pare essersi unito un interessato Giappone. Quantomeno sulla carta e alla luce dello strappo di Sakhalin 1.

E adesso? Ora gli Usa potrebbero andare fino in fondo con il loro cambio di obiettivo prioritario, ovviamente dopo il voto dell’8 novembre. Perché praticamente in contemporanea con lo schiaffo giapponese, la diplomazia Usa aveva potuto festeggiare il successo della sua mediazione fra Israele e Libano per la contesa sui confini marittimi, di fatto un evento chiave e prodromico per sbloccare enormi progetti di esplorazione energetica. Insomma, un nuovo punto di snodo per il mercato del gas naturale era a disposizione di Washington come leverage geopolitico,

Nemmeno a dirlo, il ritorno al potere di un alleato storico degli Usa e falco anti-iraniano come Bibi Nethanyahu si sostanzia come un elemento di ulteriore pressione a favore degli Usa a livello energetico globale, poiché al netto della presenza in Libano degli Hezbollah filo-iraniani, la possibilità che quell’accordo venga bloccato o rimesso in discussione da Tel Aviv con il comodo alibi della non cooperazione con forze terroristiche appare pressoché automatica al primo intoppo.

Insomma, nel silenzio generale e sottotraccia, il grande Risiko energetico ha registrato negli ultimi 5 giorni sommovimenti tellurici. In totale assenza dell’Europa come soggetto politico attivo. Il governo italiano sarà conscio di quanto sta accadendo? Il memo recapitato dagli Usa sotto forma di scoop del Wall Street Journal sul petrolio russo trattato a Priolo appare abbastanza esplicito in tal senso. Attenzione, però. Siamo nella fase della diplomazia parallela, quella che si muove sotto il pelo dell’acqua. Come gli iceberg più insidiosi. Chi si candida al ruolo di potenziale Titanic?





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